• Jul 24 2026 - 10:41
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Epopea della Solidarieta

Un coro spontaneo: il cordoglio come gesto di pura umanita

Vi sono libri che nascono da un progetto e libri che nascono da un bisogno. Quello che il lettore tiene fra le mani appartiene senza dubbio alla seconda specie.

epopea solidarieta

A cura di Lorenzo Maria Pacini*

“Là fuori oltre a ciò che è giusto e sbagliato esiste un campo immenso Ci incontreremo lì.” — Jalal al-Din Rumi

Un coro spontaneo: il cordoglio come gesto di pura umanità

Vi sono libri che nascono da un progetto e libri che nascono da un bisogno. Quello che il lettore tiene fra le mani appartiene senza dubbio alla seconda specie. Non è un’opera concepita a tavolino, ordinata in capitoli e scandita da una tesi da dimostrare; è piuttosto la sedimentazione spontanea di un sentimento collettivo, la raccolta di voci che, da ogni angolo della penisola italiana, si sono levate in un medesimo momento per dire una cosa sola: noi siamo accanto a voi.

La forma stessa di questa raccolta ne rivela la natura. Non un trattato, ma un coro, non un’argomentazione, ma una testimonianza.

Il cordoglio è forse il più antico e il più universale dei gesti umani. Prima ancora della scrittura, prima delle leggi e delle istituzioni, l’essere umano da sempre seppellisce i propri morti e piange le proprie perdite. L’archeologia ci insegna che la cura del defunto è una delle soglie che separano l’umano dal puramente animale: dove c’è una tomba, c’è già una civiltà. Ma vi è qualcosa di ancora più commovente nel cordoglio che si rivolge non a un proprio caro, bensì a uno sconosciuto lontano, a un popolo che si conosce solo attraverso i libri, le notizie, le rare suggestioni di un viaggio. È il cordoglio dei messaggi qui raccolti, che testimoniano un dolore offerto in dono, senza obbligo di sangue né di prossimità, mosso unicamente da quella facoltà squisitamente umana che è la compassione, il patire-insieme, quale gesto di radicale umanità che supera qualsiasi tipologia di confine.

Vi è in questo gesto qualcosa che sfida le categorie consuete della politica e dell’interesse. Chi scrive non ha nulla da guadagnare; anzi, spesso espone la propria voce controcorrente, contro l’opinione dominante e financo contro le posizioni del proprio governo. Il cordoglio offerto a un popolo lontano è dunque un atto di pura gratuità morale, e proprio per questo è prezioso, giacché rivela la persistenza, nel cuore degli uomini, di un senso di giustizia e di fratellanza che nessuna ragion di Stato riesce del tutto a soffocare. È la voce della coscienza, che parla quando meno ce lo si attenderebbe, e che proprio nella sua apparente impotenza manifesta la propria più alta dignità.

Queste pagine documentano dunque un fenomeno che merita di essere accolto con serenità e con rispetto: l’esistenza, nel tessuto profondo della società italiana, di una corrente di simpatia e di vicinanza verso l’Iran Islamico e Rivoluzione, verso il suo popolo, verso la sua Guida Suprema, una vicinanza che le cronache ufficiali raramente registrano. Sono voci di cittadini comuni — donne e uomini, giovani e anziani, credenti di diverse fedi e persone di nessuna fede dichiarata — accomunate dal bisogno di prendere parola in un momento di lutto. La loro eterogeneità è altresì la loro forza, in quanto non parlano in nome di un partito o di una dottrina, ma in nome di quella coscienza morale diffusa che, nei momenti decisivi, sa distinguere la sopraffazione dalla giustizia, e sa da quale parte porre la propria solidarietà.

Radici profonde: il millenario dialogo tra il mondo Italico e quello Iranico

Per comprendere appieno il senso di questi messaggi occorre allargare lo sguardo e collocarli entro un orizzonte che è insieme storico e spirituale: quello del lungo, antichissimo dialogo fra il mondo iranico e il mondo italico. Chi scrive queste lettere, spesso senza averne piena consapevolezza erudita, attinge a una memoria sedimentata nei secoli, a un riconoscimento reciproco fra due civiltà che si sono incontrate, fronteggiate, ammirate e influenzate fin dall’antichità più remota.

Quando Roma estendeva il proprio dominio fino all’Eufrate, dall’altra parte del mondo conosciuto si ergeva l’unico interlocutore che essa riconobbe sempre come pari: l’impero degli Arsacidi prima, dei Sasanidi poi. Fu un confronto plurisecolare, fatto di guerre memorabili ma anche di trattati, di scambi diplomatici, di reciproche curiosità. I Romani non guardarono mai ai Persiani come ai “barbari” del settentrione: nei sovrani di Ctesifonte riconobbero un’autorità imperiale comparabile alla propria, una corte sfarzosa, una tradizione politica e religiosa di altissima dignità. Allorché l’imperatore Valeriano cadde prigioniero di Shapur I, l’episodio fu inciso nella pietra come il segno che due mondi imperiali si misuravano da eguali. Non vi è nella storia antica un’altra frontiera che abbia generato un rispetto reciproco così profondo.

Vi è di più. La civiltà iranica ha donato all’Occidente, e all’Italia in particolare, semi spirituali di straordinaria fecondità. Il culto di Mithra, nato in ambiente iranico, percorse l’intero impero romano e ne segnò profondamente la sensibilità religiosa nei secoli che precedettero e accompagnarono la diffusione del cristianesimo; ancora oggi i resti dei mitrei punteggiano il sottosuolo di Roma e delle città italiane, silenziosa testimonianza di un’antica fraternità spirituale. E come dimenticare che, nel racconto evangelico, sono i Magi venuti dall’Oriente – sapienti della tradizione iranica, custodi di un sapere astrale e sacerdotale – i primi a riconoscere e ad adorare il Bambino di Betlemme? L’immaginario cristiano, e dunque l’immaginario italiano, custodisce sin dalle sue origini la figura del saggio persiano come portatore di verità e di omaggio al sacro.

Nel Medioevo e nel Rinascimento il filo non si spezzò. Le vie della seta intrecciarono i destini commerciali e culturali della penisola italiana con quelli dell’altopiano iranico; le repubbliche marinare, Venezia in primo luogo, mantennero rapporti intensi con i territori persiani. Marco Polo attraversò la Persia e ne lasciò pagine ammirate, descrivendo città, costumi e ricchezze con la meraviglia di chi riconosce una civiltà raffinatissima. Più tardi, ambascerie persiane raggiunsero le corti italiane e furono accolte con onore; la poesia, l’arte del tappeto, la miniatura, l’architettura dei giardini persiani affascinarono artisti e principi. Quando l’Europa moderna riscoprì, attraverso l’orientalistica, la grandezza della lirica di Hāfez, di Sa‘di, di Rumi, di Ferdowsī, fu un’intera tradizione spirituale e poetica a riversarsi nell’immaginario occidentale. Goethe ne fu rapito; e in Italia generazioni di studiosi dedicarono la propria vita a tradurre e interpretare i tesori della letteratura persiana.

Né si esaurì nel commercio e nella diplomazia il dialogo fra le due sponde. Vi fu un’affinità più sottile, quasi un presentimento reciproco di bellezza. Il giardino persiano — il pāiridaēza da cui deriva la nostra stessa parola “paradiso” — con la sua geometria di acque e di rose, ispirò l’arte europea del giardino e trovò eco nelle ville italiane; i motivi decorativi della seta e della ceramica persiana migrarono nei tessuti e nelle maioliche della penisola; la sapienza astronomica e matematica coltivata nelle scuole iraniche giunse in Italia per le vie della scienza medievale. Si direbbe che le due civiltà si siano riconosciute, attraverso i secoli, in un comune amore per la misura, per l’armonia, per quella bellezza che non è mai puro ornamento ma riflesso di un ordine più alto. È un’eredità di cui spesso non si è consapevoli, e che pure opera nel profondo, predisponendo gli animi al riconoscimento e alla simpatia.

Né si può tacere il debito che il pensiero europeo ha contratto, nei secoli, verso la sapienza iranica. La grande stagione della filosofia islamica orientale — da Avicenna, che l’Italia medievale lesse e venerò nelle scuole e nelle università, fino alla teosofia illuminativa di Suhrawardī e alla metafisica di Mollā Ṣadrā — fiorì in larga misura su suolo iranico, e attraverso le traduzioni latine penetrò nel cuore della Scolastica, nutrendo Tommaso d’Aquino e l’intera tradizione speculativa dell’Occidente. Quando i maestri italiani del Duecento e del Trecento disputavano di anima, di intelletto e di essere, dialogavano — spesso senza saperlo — con la grande tradizione del pensiero persiano. Il filo che lega le due civiltà non corre dunque soltanto lungo le vie dei mercanti e degli ambasciatori, ma anche lungo le più alte vie dello spirito e della speculazione.

Questo lungo retroterra non è erudizione oziosa. Esso spiega perché, quando un cittadino italiano prende la penna per scrivere all’Ambasciata iraniana, egli non si rivolge a un’entità astratta e remota, ma a un popolo che la memoria collettiva europea riconosce come antico, nobile, depositario di una delle più alte civiltà che la storia umana abbia prodotto. La vicinanza che questi messaggi esprimono non è improvvisata: è il riaffiorare, in un momento di dolore, di una fraternità millenaria. Vi è nei popoli, accanto alla memoria documentaria degli storici, una memoria più sotterranea e tenace, fatta di affinità elettive e di riconoscimenti istintivi; ed è questa memoria profonda a riaffiorare, intatta, sotto la penna di chi scrive.

Oltre la politica: la figura e il magistero spirituale della Guida Suprema

Il volume presente nasce da un evento di portata epocale: la morte dell’Ayatollah Sayyed Ali Khamenei (pace su di lui), Guida della Repubblica Islamica dell’Iran, caduto negli attacchi che hanno colpito il Paese a partire dal 28 febbraio 2026. La Guida Suprema ha trovato il martirio, che tante volte aveva celebrato, per mano, anzi attraverso la tecnologia bellica, del più acerrimo nemico. Per oltre trentacinque anni egli ha rappresentato il vertice spirituale e politico dell’Iran rivoluzionario, raccogliendo l’eredità dell’Imam Khomeini (pace su di lui) e guidando la nazione attraverso decenni segnati da guerre, sanzioni, pressioni e tentativi di isolamento.

I messaggi qui raccolti si rivolgono a lui con il linguaggio della venerazione, ed è un qualcosa di profondamente toccante, che subito si percepisce scaturire dal cuore e da una intimità talmente profonda da non lasciare spazio alla critica razionale. È il linguaggio proprio di chi scrive e, ad esso, questa prefazione intende restare fedele, restituendone il registro senza tradirlo. Per i mittenti, e per la grande comunità dei fedeli che in tutto il mondo guarda all’Iran come al cuore politico dello sciismo contemporaneo, Khamenei (che Dio lo faccia dimorare nella sua Misericordia) è stato molto più di un capo di Stato. È stato un magistero: una guida nel senso pieno e antico del termine, colui che indica la via. La sua lunga reggenza ha coinciso con l’affermarsi dell’Iran come potenza regionale autonoma prima, come potenza mondiale dopo, capace di rivendicare la propria indipendenza di fronte alle grandi potenze imperialiste e di difendere, con tenacia, il principio di una sovranità fondata su valori propri e non importati, fondati sulla permanenza della Rivoluzione Islamica e sulla libertà che il popolo iraniano custodisce gelosamente da millenni.

Ciò che colpisce, nelle parole dei cittadini italiani, è la percezione di Khamenei (pace su di lui) come figura insieme politica e spirituale — una sintesi che la modernità occidentale ha quasi dimenticato, abituata com’è a separare rigidamente la sfera del potere da quella del sacro. Molti dei messaggi sottolineano proprio questo: la statura di un uomo che ha saputo incarnare, agli occhi del suo popolo e dei suoi ammiratori, un’autorità che non si esauriva nella gestione dello Stato, ma attingeva a una dimensione trascendente. In un’epoca in cui la leadership politica tende a ridursi a tecnica amministrativa e a comunicazione, la figura di una Guida che parla in nome di principi ultimi colpisce l’immaginazione e suscita, in chi avverte il vuoto spirituale del presente, un sentimento di rispetto e financo di nostalgia. Capita spesso che gli italiani affermino con orgoglio la propria religiosità, godendo della presenza di millenarie istituzioni come la Chiesa Cattolica ed una storia intrisa di spiritualità, ma capita molto meno spesso vedere degli italiani che si aprono spiritualmente, lasciando scorrere i sentimentimenti più autentici che albergano nel proprio cuore. Sentimenti che si rivolgono ad una persona lontana, addirittura di un’altra religione, ma riconosciuta come autorevole esempio di santità.

Non spetta a questa prefazione — né al genere stesso del libro di condoglianze — tracciare un bilancio storico esaustivo di un magistero così lungo e così controverso agli occhi del mondo, un mondo che non lo ha compreso e che lo ha continuato a giudicare secondo i dettami dell’arroganza occidentale. Spetta piuttosto raccogliere e custodire il sentimento di coloro che, nel momento della perdita, hanno voluto onorarne la memoria. È il compito proprio dell’elegia e questo desideriamo fare, rimandando ad una necessaria e prossima rilettura dell’insegnamento della Guida Suprema martirizzata, il cui bagaglio siamo certi che rappresenterà una ricchezza anche per l’Italia e il suo popolo.

Conviene soffermarsi, sia pure brevemente però, sulla statura intellettuale e sul magistero che i mittenti riconoscono alla figura scomparsa, poiché è anche di questo che il volume porta testimonianza. La Guida della Repubblica Islamica non fu, agli occhi di chi la venerò, soltanto un uomo di governo, ma un pensatore e un maestro, interprete di una tradizione religiosa e giuridica plurisecolare, autore di una vasta opera di riflessione sulla giustizia, sulla comunità, sul rapporto fra autorità spirituale e ordine politico.

Al centro di quella visione stava un’idea che il pensiero politico contemporaneo fatica a concepire e che pure esercita un fascino innegabile su chi avverte i limiti del modello dominante: l’idea che una comunità umana possa e debba fondarsi su un principio trascendente, e che il governo degli uomini non sia legittimo per il solo fatto di esistere o di vincere, ma in quanto si conforma a una giustizia che lo sovrasta. È una concezione che affonda le proprie radici nella più antica filosofia politica — da Platone, che voleva il filosofo al governo della città, alla tradizione medievale che subordinava il principe alla legge divina — e che la modernità secolare ha progressivamente abbandonato, non senza pagarne il prezzo in termini di smarrimento dei fini ultimi.

Per questo molti dei messaggi qui raccolti riconoscono nella figura scomparsa non soltanto un capo, ma un simbolo: l’incarnazione di una resistenza spirituale a quella che essi percepiscono come la deriva di un mondo senza più verticalità, appiattito sull’orizzonte del calcolo e del profitto. E i simboli sopravvivono allo scorrere del tempo e delle opinioni. Che si condivida o meno tale visione, è innegabile che essa costituisca una delle grandi alternative del nostro tempo, e che meriti di essere compresa nella sua coerenza interna prima che giudicata. I cittadini italiani che scrivono queste lettere lo hanno intuito, e nel loro omaggio vi è anche il riconoscimento di un’idea — l’idea che l’uomo non viva di solo pane, e che neppure le nazioni vivano di sola economia, ma di “ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Vangelo di Matteo, IV, 4).

Il martirio: una grammatica del sacro condivisa

Vi è una parola che ricorre, esplicita o implicita, in moltissimi di questi messaggi, e che costituisce forse la chiave spirituale dell’intero volume: martirio. Per la sensibilità secolarizzata dell’Occidente contemporaneo si tratta di un termine difficile, quasi imbarazzante, relegato a un passato che si crede superato, eppure proprio qui si gioca la posta più alta di questa raccolta, e merita che la si affronti con la serenità dell’analisi e il rispetto dovuto a una tradizione spirituale millenaria.

Nella teologia politica dello sciismo il martirio non è un incidente né una sconfitta, bensì è una categoria fondante, il cuore stesso di una visione del mondo. L’intera memoria sciita ruota attorno all’evento di Karbalā’, al sacrificio dell’Imam Ḥusayn (pace su di lui), nipote del Profeta, caduto con i suoi compagni di fronte a una potenza soverchiante piuttosto che piegarsi all’ingiustizia. Da quell’evento fondatore discende un’intera grammatica spirituale: il giusto può essere vinto sul piano della forza, ma proprio nella sua sconfitta apparente egli testimonia — questo significa, etimologicamente, martire: testimone — una verità che la forza non può cancellare. Il sangue del martire non è sterile: è seme. È il rovesciamento più radicale della logica del mondo, secondo cui vince chi è più forte. Nella prospettiva del martirio, vince invece chi resta fedele, anche a costo della vita.

Questa concezione non è estranea alla tradizione italiana ed europea anzi essa risuona profondamente con le radici cristiane del continente. La parola stessa, mártys, viene dal lessico del cristianesimo primitivo e l’Italia è la terra dei martiri delle catacombe, di una Chiesa che per tre secoli testimoniò la propria fede nel sangue prima di trovare accoglienza sociale. Non stupisce dunque che diversi messaggi raccolti in questo volume, scritti da italiani di tradizione cattolica, riconoscano nel linguaggio del martirio una corda familiare, e sappiano accostarsi con naturalezza a una sensibilità che, pur appartenendo a un’altra fede, parla la medesima lingua dello spirito: quella del sacrificio per un valore più alto della vita stessa.

Qui sta, a ben vedere, la ragione più profonda della vicinanza che queste pagine documentano. In un’epoca che molti dei mittenti percepiscono come dominata da un materialismo senza orizzonte — un mondo globalizzato che ha smarrito il senso del Divino, che riduce ogni cosa a merce e ogni valore a interesse — la testimonianza di un popolo disposto a soffrire e a resistere in nome di principi trascendenti appare come un faro. Non importa, per chi scrive, condividere ogni aspetto di quella fede o di quella forma politica: ciò che li commuove è il segno che esiste ancora, da qualche parte nel mondo, chi crede che vi siano realtà per cui valga la pena vivere e morire. È una nostalgia del sacro che si traduce in solidarietà con chi del sacro è ancora testimone.

Il martirio diviene così, in queste lettere, qualcosa di più di un fatto religioso: diviene un valore politico nel senso più alto. Esso ricorda alle società sazie e disincantate dell’Occidente che la politica non si esaurisce nell’amministrazione del benessere, ma poggia in ultima istanza su ciò in cui un popolo crede, su ciò per cui un popolo è disposto a sacrificarsi. È una lezione scomoda, controcorrente, eppure avvertita da molti come urgente. E sono proprio i cittadini comuni — non gli analisti, non i governanti — a coglierla con quella immediatezza del cuore che spesso vede più lontano delle dottrine.

Vale la pena di osservare, infine, come questa categoria spirituale resista a ogni tentativo di ridurla a strumento. Il martirio autentico, nella tradizione che i mittenti evocano, non si cerca e non si esibisce, ma si subisce. Esso non è la ricerca della morte ma l’accettazione di un destino in nome di una fedeltà più grande della vita, consci che questa vita non è tutto, è solo un passaggio, un soffio rispetto all’eternità. È in questa sfumatura che risiede tutta la sua nobiltà e tutta la sua differenza rispetto alle ideologie della forza, che pure talvolta se ne appropriano indebitamente. Chi piange un martire non celebra la violenza ma nella vittima la vera vincitrice, poiché la sua testimonianza sopravvive a chi l’ha abbattuta. È questa, da Karbalā’ alle catacombe romane, la paradossale grammatica del sacro, che le pagine di questo volume — ciascuna a suo modo — contribuiscono a tramandare.

La diplomazia dei popoli: una voce fuori dal coro

Un tratto accomuna quasi tutti i messaggi raccolti e merita di essere segnalato, poiché illumina un aspetto importante della coscienza civile italiana. Molti dei mittenti tengono a distinguere la propria voce da quella delle istituzioni che pure dovrebbero rappresentarli. Scrivono come cittadini che si dissociano, che prendono le distanze, che vogliono far sapere all’interlocutore iraniano che il sentire del popolo italiano è altra cosa rispetto alle posizioni ufficiali.

È un fenomeno che lo studioso della politica non può ignorare. Esso rivela una frattura, ormai profonda, fra la società e le sue rappresentanze; rivela la persistenza di una coscienza popolare che rivendica il diritto di giudicare autonomamente, di non delegare integralmente alle istituzioni la propria posizione morale di fronte agli eventi del mondo. In questo gesto di dissociazione vi è qualcosa di antico e di nobile, cioè l’idea che il popolo sia depositario di una saggezza e di una rettitudine morale che non sempre coincidono con la ragion di Stato. È la voce, si direbbe, di un’Italia profonda, mediterranea, memore della propria vocazione al dialogo con i popoli del Levante e refrattaria alle logiche dei blocchi e degli schieramenti imposti dall’alto.

Questi cittadini rivendicano, in fondo, una verità semplice e antica: che i popoli sono fatti per incontrarsi, non per scontrarsi; che il Mediterraneo e le terre che da esso si dipartono verso Oriente sono da sempre uno spazio di scambio e di reciproca fecondazione, non un campo di battaglia. La loro vicinanza all’Iran in lutto è anche, implicitamente, una professione di fede in un mondo plurale, in cui ogni civiltà abbia il diritto di esistere secondo i propri valori, di custodire la propria identità, di non essere costretta a uniformarsi a un unico modello imposto.

Un monumento alla memoria e alla speranza

Resta da dire del tono complessivo che attraversa queste pagine, e che ne costituisce forse la qualità più preziosa. È un tono di umanità dolente e fraterna. Vi sono messaggi solenni e messaggi semplicissimi; lettere di persone colte e biglietti di poche righe; espressioni di fede religiosa e manifestazioni di pura compassione laica. Vi è chi ricorda un viaggio in Iran, l’incontro con bambini festosi, la cortesia di un popolo; chi attinge alla propria fede cristiana per offrire una preghiera; chi parla la lingua sobria del rispetto civile. In tutti, però, vibra la medesima corda: il riconoscimento dell’altro come fratello, la partecipazione sincera a un dolore non proprio, il rifiuto dell’indifferenza.

Un libro di condoglianze è, in sé, un oggetto di singolare dignità, volto a raccogliere ciò che di solito si disperde e lo consegna alla durata. Trasforma il gesto effimero del cordoglio in un monumento, sia pure umile e di carta. Le civiltà antiche conoscevano bene il valore di simili raccolte: l’epigrafe sepolcrale, l’elegia funebre, il compianto erano forme attraverso cui la comunità elaborava la perdita e ne traeva, paradossalmente, coesione e identità. Anche questo volume, nel suo piccolo, compie tale ufficio: dà forma duratura a un sentimento, e così facendo lo sottrae all’oblio e lo offre alla memoria dei posteri. Chi un giorno vorrà comprendere che cosa abbia provato una parte del popolo italiano dinanzi a questi eventi, dovrà sfogliare queste pagine e vi troverà una verità del cuore che nessuna cronaca ufficiale potrebbe restituire.

È questa, in definitiva, la lezione che il volume consegna a chi lo leggerà. In un tempo che sembra avere fatto della contrapposizione e dell’odio reciproco la propria cifra, queste voci italiane testimoniano che un’altra strada è possibile, ed è quella dell’incontro, del rispetto, della solidarietà nel dolore. Esse riannodano, senza forse averne piena coscienza, il filo millenario che da sempre lega l’Italia e l’Iran, Roma e Ctesifonte, l’Occidente mediterraneo e l’altopiano iranico. Un filo fatto di ammirazione reciproca, di scambi spirituali, di riconoscimento dell’altro come depositario di una grande civiltà.

Vi è anche un insegnamento per gli studiosi e per quanti hanno a cuore le sorti dei rapporti fra i popoli. Esse mostrano che la diplomazia dei governi non esaurisce la realtà dei rapporti fra le nazioni; che esiste, accanto e talvolta contro di essa, una diplomazia dei popoli, fatta di simpatie spontanee, di memorie condivise, di affinità profonde che nessun trattato può creare e nessuna rottura può cancellare. È su questa diplomazia silenziosa, fatta di gesti minimi e di parole sincere, che si fonda in ultima istanza ogni autentica speranza di pace. I grandi mutamenti storici sono spesso preceduti, e preparati, da simili moti sotterranei del sentire collettivo; e chi sappia leggervi può cogliere, in anticipo sui cronisti, la direzione verso cui un’epoca si muove.

Possano queste pagine giungere come un balsamo a chi le riceverà, e come un seme a chi le leggerà. Possano testimoniare che, al di là delle frontiere e delle dottrine, esiste una comunità umana che sa ancora piangere insieme e sperare insieme. E possa il dolore che le ha generate convertirsi, un giorno, nella gioia di una pace ritrovata fra due popoli antichi, fatti per intendersi e troppo a lungo tenuti separati. È l’augurio più sincero con cui si licenzia questa raccolta, affidandola al lettore come un atto di amicizia e come un piccolo, ostinato gesto di speranza.

Affidiamo dunque al lettore queste voci, raccolte come fiori recisi in un giorno di lutto e qui composte in serto perché non appassiscano. Le abbiamo disposte con il rispetto che si deve a ogni parola sincera, consapevoli che il loro valore non risiede nell’eleganza letteraria — molte sono semplici, alcune financo sgrammaticate — ma nella verità del sentimento che le ha dettate. È una verità che non chiede di essere giudicata, ma soltanto ascoltata; non di essere condivisa in ogni sua parola, ma accolta nella sua sostanza umana. Chi saprà leggerle con il cuore sgombro vi troverà ciò che di più raro vi è al mondo: uomini e donne che, di fronte al dolore di un popolo lontano, hanno scelto di non voltare lo sguardo. In questa scelta — minima e immensa — risiede tutta la grandezza di cui l’essere umano è ancora capace, e tutta la speranza che, malgrado tutto, gli è lecito coltivare.

[1] Studioso e Professore di Filosofia politica e Geopolitica presso l'Università Unidolomiti.

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