Il culto di Mitra, garante dell’onestà nei patti
La Festa di Mehregan e il patto nella tradizione persiana
Come la tradizione persiana abbia sempre posto una rilevanza non solo materiale, ma spirituale, agli accordi tra gli uomini
Questo 8 di ottobre l’Iran celebra una delle sue più antiche tradizioni: la festa di Mehregan, una ricorrenza autunnale millenaria iscritta dall’UNESCO quale Patrimonio Immateriale dell’Umanità. Questa festa affonda le sue radici nel secondo millennio a.C., in particolare nel culto zoroastriano, nascendo originariamente per onorare “yazata Mitra” o “Mehr”, la divinità indoiranica della luce, dell’amore e della custodia dei patti. Celebrato parallelamente all’equinozio d’autunno, Mehregan rappresenta la vittoria mitologica del bene sul male, oltre che un ringraziamento per l’abbondanza del raccolto, in riferimento al trionfo dell’eroe Fereydun contro il tiranno Zahhak. Ancora nell’epoca contemporanea, nonostante l’incedere del tempo e il mutare delle consuetudini, gli zoroastriani e i cittadini iraniani mantengono viva questa tradizione vestendosi con abiti color magenta, recitando canti e allestendo tavole rituali adornate con melograni, mele, acqua di rose, monete d’argento e rami sacri, simboleggiando in tal modo una profonda connessione tra l’ordine cosmico e la prosperità terrena.
In particolare, il dio Mitra era, come si è detto, il protettore dei contratti e dei giuramenti. Va detto che, nella cultura giuridica e filosofica persiana, la giustizia contrattuale era molto più che una semplice questione di burocrazia, bensì un dovere etereo imprescindibile. Un patto (mitraomehr) siglato tra due o più individui o perfino intere comunità possedeva un valore sacro, tant’è che infrangerlo equivaleva ad alterare l’equilibrio del mondo scatenando il caos. Una simile centralità dell’accordo e della parola data ha costituito il fondamento per un sistema di relazioni commerciali e civili straordinariamente avanzato, laddove l’onestà e l’adempimento dei doveri reciproci fungeva da pietra miliare della stabilità sociale ed economica dell’impero.
Questo rigoroso approccio morale si rifletteva direttamente sui modelli di governo etico e responsabilità sociale esercitati dalle dinastie achemenide e sasanide. Il sovrano, in tal guisa, non esercitava un potere assoluto e svincolato dalle leggi, bensì era il primo servitore della giustizia, il cui diritto a governare era inscindibile dalla sua rettitudine morale e dalla sua capacità di garantire il benessere dei propri sudditi. Proprio per questo motivo, durante il Mehregan, i sovrani persiani offrivano udienze pubbliche paritarie in cui ricevevano doni registrati dai contabili della corte, e, se in futuro il donatore si fosse trovato in difficoltà economica, lo Stato gli avrebbe reso il doppio del valore ricevuto. Questa forma embrionale di Stato sociale, congiuntamente a storici decreti di tolleranza e rispetto verso le diversità dei popoli amministrati, dimostra come l’armonia civile persiana si fondasse su un legame indissolubile tra l’etica del comando, il dovere di assistenza reciproca e l’equità sociale.
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